Intervista a Davide Patron, content creator e docente di lingua inglese

Intervista a Davide Patron, content creator e docente di lingua inglese

È in partenza la nuova serie di webinar con Davide Patron, content creator con oltre due milioni di follower e docente di inglese, organizzata da Trinity College London. Il percorso metterà al centro un approccio comunicativo alla didattica della lingua inglese, con l’obiettivo di valorizzare l’inglese come strumento concreto per comunicare, interagire e creare connessioni.
Questo tipo di approccio, peraltro, è pienamente coerente con la filosofia alla base degli esami Trinity, orientati a sviluppare e a valutare la capacità di utilizzare la lingua in modo efficace e autentico, all’interno di situazioni comunicative reali.
In occasione del lancio della nuova serie, abbiamo incontrato Davide Patron per parlare di didattica, di comunicazione, di nuove generazioni e, soprattutto, di come aiutare gli studenti a superare la paura di sbagliare e a vivere l’inglese non più soltanto come una materia da studiare, ma come uno strumento da utilizzare nella vita reale.

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Partiamo dal tuo percorso: puoi raccontarci in poche righe il tuo cammino professionale, formativo e sui social, e come queste esperienze hanno contribuito a definire il tuo modo di insegnare e comunicare?

Il mio percorso è stato abbastanza particolare, perché non sono partito con l’idea di diventare un insegnante di inglese. Mi sono trasferito in Scozia per studiare all’Università di Dundee e quel periodo è stato fondamentale: vivere all’estero mi ha fatto capire quanto una lingua sia diversa quando la utilizzi tutti i giorni rispetto a quando la studi soltanto sui libri. Durante un Erasmus a Barcellona, nel periodo del Covid, ho iniziato quasi per gioco a pubblicare sui social delle piccole “pillole” di inglese. Era il 2020 e da lì è nato tutto.
Con il tempo quella community è cresciuta moltissimo e l’insegnamento è diventato il mio lavoro. Oggi porto avanti corsi, contenuti digitali, un podcast e diversi progetti dedicati all’apprendimento dell’inglese. La cosa che tutte queste esperienze mi hanno insegnato è che, per comunicare bene, bisogna partire dalle persone. Cerco quindi di spiegare l’inglese in maniera semplice, concreta e immediatamente utilizzabile, facendo vedere soprattutto quella parte della lingua che spesso sui libri non si trova.

Nella tua esperienza personale e professionale, quando hai capito che l’inglese poteva essere molto più di una materia da studiare, diventando soprattutto uno strumento per comunicare, conoscere e creare relazioni?

Probabilmente l’ho capito davvero quando sono andato a vivere all’estero. A scuola ero abituato a vedere l’inglese come qualcosa fatto di esercizi, regole grammaticali, verifiche e voti. Quando invece ti trasferisci in un altro Paese, improvvisamente l’inglese diventa il mezzo attraverso cui devi conoscere persone, trovare casa, frequentare l’università, risolvere problemi, scherzare con gli amici.
Ed è lì che cambia completamente la prospettiva. Non stai più imparando una lingua per prendere un bel voto: la stai utilizzando per vivere.
Secondo me è proprio questo il passaggio più importante anche per uno studente. Nel momento in cui inizi a considerare l’inglese non come “una materia che devo sapere”, ma come uno strumento che mi permette di entrare in contatto con persone, culture e opportunità diverse, cambia anche la motivazione con cui lo impari. È un’idea che cerco di trasmettere molto anche nel mio lavoro: l’inglese può diventare concretamente uno strumento di opportunità e connessione.

Qual è, secondo te, la differenza tra parlare un inglese corretto e riuscire davvero a comunicare in modo efficace? Quali sono gli elementi che fanno la differenza quando vogliamo farci capire e creare una connessione autentica con l’altra persona?

Parlare correttamente è importante, ovviamente, ma non è la stessa cosa che comunicare bene.
Puoi conoscere perfettamente tutti i tempi verbali e comunque avere difficoltà a sostenere una conversazione. Al contrario, puoi fare qualche errore grammaticale ed essere una persona con cui è facilissimo parlare. Perché una conversazione non è un esame di grammatica: è uno scambio.
Secondo me, fanno la differenza soprattutto la chiarezza, l’ascolto e la capacità di adattarsi alla persona che abbiamo davanti. Significa capire se l’altra persona ci sta seguendo, saper riformulare una frase se non siamo stati chiari, fare domande, ascoltare davvero la risposta e non essere concentrati solamente sul prossimo verbo che dobbiamo coniugare.
E poi c’è un altro elemento fondamentale: accettare che il nostro inglese non debba essere perfetto per essere efficace. L’obiettivo principale dovrebbe essere: “Sono riuscito a trasmettere quello che volevo dire?”. Se la risposta è sì, la comunicazione ha funzionato.

Uno degli ostacoli più grandi, soprattutto per chi impara una lingua, è la paura di sbagliare. Come si può superare concretamente questa paura e trasformare l’errore da qualcosa da evitare a uno strumento per imparare e migliorare?

La prima cosa è rendersi conto che non esiste un percorso per imparare una lingua senza errori. È impossibile.
Il problema è che spesso veniamo da un modello scolastico nel quale errore significa immediatamente qualcosa di negativo: hai sbagliato, quindi perdi un punto. Nella comunicazione reale, invece, l’errore è semplicemente un’informazione. Ti dice: “Questa cosa ancora non la so bene”. E da lì puoi migliorare.
Io consiglio sempre di esporsi gradualmente. Non è necessario partire facendo una presentazione di mezz’ora davanti a cento persone. Puoi iniziare parlando da solo, mandando un messaggio vocale, facendo una breve conversazione con qualcuno oppure utilizzando una frase nuova nella vita quotidiana.
E, soprattutto, bisogna smettere di aspettare il momento in cui ci sentiremo “pronti”, perché probabilmente non arriverà mai. Prima inizi a parlare, prima inizierai a sentirti più sicuro.
Anche nella mia esperienza, l’idea di perdere la paura del giudizio e accettare qualche figuraccia fa parte dell’apprendimento: spesso sono proprio gli errori che ricordiamo di più e che quindi non ripetiamo una seconda volta.

Oggi comunichiamo continuamente, soprattutto attraverso i social e gli strumenti digitali. Eppure essere sempre connessi non significa necessariamente saper comunicare davvero. Qual è la competenza che ritieni più importante per riuscire a farsi capire, ascoltare e creare una relazione autentica?

Direi l’ascolto.
Sembra quasi un paradosso, perché quando parliamo di comunicazione pensiamo immediatamente alla capacità di parlare bene. In realtà le persone che comunicano meglio, secondo me, sono spesso quelle che sanno ascoltare meglio.
Ascoltare significa capire chi hai davanti, fare attenzione alle sue reazioni, alle parole che utilizza e anche a quello che magari non sta dicendo esplicitamente. Significa non partire sempre dal presupposto: “Io cosa voglio dire?”, ma chiedersi anche: “Come posso dirlo in modo che questa persona lo capisca davvero?”.
I social mi hanno insegnato molto da questo punto di vista. Quando comunichi con una community molto grande devi imparare rapidamente che il messaggio che hai in testa e quello che arriva alle persone non coincidono necessariamente. Quindi devi osservare le reazioni, leggere i commenti, ascoltare le domande e capire continuamente come rendere ciò che dici più chiaro e utile.
Per me la comunicazione efficace nasce proprio da questo equilibrio: saper parlare, ma soprattutto saper ascoltare.

Le nuove generazioni hanno linguaggi, tempi di attenzione e abitudini molto diversi rispetto al passato. Come dovrebbe cambiare il modo in cui un docente comunica e interagisce con gli studenti per riuscire non solo a coinvolgerli, ma anche a mantenere viva la loro curiosità?

Credo che il primo errore sarebbe pensare che dobbiamo semplicemente trasformare ogni lezione in un TikTok. Non è questo il punto.
Quello che possiamo imparare dai social, però, è il valore dell’attenzione. Oggi un ragazzo è esposto continuamente a stimoli e contenuti diversi. Un docente non deve necessariamente essere un intrattenitore, ma deve essere molto bravo a far capire perché quello che sta insegnando merita attenzione.
Questo significa, secondo me, partire più spesso dalla realtà degli studenti: situazioni concrete, musica, serie TV, viaggi, lavoro, social, conversazioni che potrebbero realmente avere. E poi, da lì, introdurre grammatica, lessico e struttura.
Anche il formato può cambiare. Alternare spiegazioni brevi, momenti di interazione, domande, esercizi pratici e conversazioni aiuta moltissimo. La curiosità rimane viva quando lo studente non è semplicemente uno spettatore della lezione, ma ne diventa parte.
E soprattutto credo sia fondamentale creare un ambiente nel quale uno studente possa provare senza avere continuamente paura del giudizio. Se riesci a creare quella sicurezza, iniziano ad arrivare anche le domande, gli errori, le risate e quindi l’apprendimento vero.

I webinar con Davide Patron saranno articolati secondo il seguente programma e prevedono attestato S.O.F.I.A.

  • 7 ottobre 2026, dalle 17:00 alle 18:30 – Parte I
  • 4 novembre 2026, dalle 17:00 alle 18:00 – Parte II
  • 2 dicembre 2026, dalle 17:00 alle 18:30 – Parte III

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